domenica 8 gennaio 2012

Non Siamo Mica Gli Americani in uscita il 10 Gennaio


CD in uscita il 10 Gennaio con Corriere della Sera e Sorrisi e Canzoni TV 

Nel 1979 uscì “Non Siamo Mica Gli Americani!”, il secondo disco in studio di Vasco Rossi.

I lavori per la registrazione di questo album furono avviati già negli ultimi mesi del 1978. In quel periodo Vasco si era appena lasciato definitivamente alle spalle l’avventura di Punto Radio ma continuava a svolgere, la sua più fortunata attività di disc-jokey o dee jay, come si dice oggi.

Molti suoi amici ed ex collaboratori di Punto Radio, come Gaetano Curreri, Maurizio Solieri e Massimo Riva ma anche altri come Floriano Fini, Sergio Silvestri, Guido Elmi e Maurizio Lolli, continueranno a seguirlo in fasi diverse della sua esperienza discografica e artistica, diventando a pieno diritto la “combriccola” del Blasco. Come il primo, anche questo album fu registrato a Bologna, pubblicato con l’etichetta Lotus e con gli arrangiamenti curati da Gaetano Curreri.  Qui, però, sembra che finiscano i punti in comune tra il suo album di esordio e questo suo secondo lavoro.  “Non Siamo Mica Gli Americani!”, infatti, registrò un forte cambiamento rispetto a “…Ma Cosa Vuoi Che Sia Una Canzone”, iniziando a far trasparire l’indole e lo stile di quel Blasco che oggi tutti conosciamo. A dimostrarlo, ancora oggi, sono alcuni pezzi immortali come “Albachiara” e “Fegato, Fegato Spappolato”, ormai “canzoni culto” del suo repertorio, che sono forse i primi brani che hanno attestato in modo esemplare il suo doppio lato, quello romantico/nostalgico e quello duro e provocatorio. Anche se si deve ricordare che l’anima ambivalente del rock vaschiano, dura e fragile allo stesso tempo, esploderà in maniera totale e definitiva soltanto l’anno seguente, con l’album intitolato “Colpa D’Alfredo” (1980).

L’album - ribattezzato  “Albachiara” in seguito al successo di questa canzone -  era e resta tuttora “Non Siamo Mica Gli Americani!”, con tanto di punto esclamativo! Titolo che fu suggerito dal caro amico Riccardo Bellei.

Frutto della sua breve esperienza di vita militare, la canzone che ispira il titolo all’album ha, in effetti, un titolo diverso e più esteso: “(Per quello che ho da fare) Faccio Il Militare”. Più che una canzone, si tratta di una performance artistica di massimo livello. Una ironica critica sociale  e politica molto coraggiosa, una parodia di quell’atteggiamento da macho, da superuomo, da guerrafondaio, da prepotente, da prevaricatore, da bugiardo vanitoso ed esagerato (diffuso ancora oggi, nel mondo).

Domani c’è esercitazione di tiro / col cannone! / Spariamo colpi che possono arrivare / …fino in Giappone! / …Buuuum! / Ma non si può provare… / Non si può stare a sparare / …in giro / Non siamo mica gli americani! / …che loro possono sparare agli indiani!

“Non Siamo Mica Gli Americani!” è un titolo che denota subito una posizione molto chiara a livello ideologico, ma in quegli anni di tensione sociale è inevitabile che avesse anche una forte connotazione di carattere politico. Eppure l’album trovò comunque un proprio piccolo spazio pubblicità,  grazie a Gianni Morandi e a Renzo Arbore che lo invitarono  nelle loro trasmissioni televisive importanti come “L’altra domenica”. Vasco iniziava così a farsi notare.
Il disco non produsse, comunque, significativi risultati di vendita, e le prime esibizioni dal vivo furono spesso delle vere e proprie prove di forza psicologica, di fronte a un pubblico freddo o a volte addirittura ostile. Ma ormai Vasco era deciso, come si evince  da una intervista che rilasciò in quel periodo:

Fino ad un paio di anni fa, l’idea di mettermi a incidere dischi non mi passava neanche per la testa. Scrivevo canzoni, ma il mio scopo era, in fondo, soltanto quello di dimostrare agli altri e a me stesso che ne ero capace anch’io. Poi, dopo il primo disco, venuto fuori quasi per caso, ho cominciato a entusiasmarmi. E, ora, più vado avanti e più sento il bisogno di scrivere canzoni. Adesso, però, non m’interessa più dimostrare che anche io so rivestire alcuni versi con qualche accordo: adesso ho voglia e bisogno di comunicare sensazioni. E credo di avere un discorso mio da portare avanti. (V. R.)

L’album offre otto canzoni tra loro abbastanza eterogenee, che spaziano dal rock al pop, dalla dance al jazz, ognuna con la sua storia alle spalle, ma che, più che raccontare storie a loro volta, riportano immagini e sensazioni in musica, fotografando alcuni squarci di realtà, dando così vita a inediti quadri d’autore.

1.    Io Non So Più Cosa Fare – 3:58
2.    Fegato, Fegato Spappolato – 3:15
3.    Sballi Ravvicinati Del Terzo Tipo – 5:09
4.    (Per quello che ho da fare) Faccio Il Militare – 4:31
5.    La Strega (La diva del sabato sera) – 4:42
6.    Albachiara – 4:03
7.    Quindici Anni Fa – 5:10
8.    Va Be’ (Se proprio te lo devo dire) – 3:00

Da questo album fu tratto un 45 giri contenente “Albachiara” e “Fegato, Fegato Spappolato”.

“Io Non So Più Cosa Fare”: la canzone che apre l’album è un piccolo gioiello di ironia divertita e di provocazione profonda, maggiormente apprezzabile quando si tenga in debito conto il contesto dell’epoca in cui è stata concepita e cantata: il sesso era ancora un tabù e il movimento femminista era molto forte e militante non solo nel difendere i sacrosanti diritti della donna, ma spesso anche nello scivolare nell’esagerazione rivendicando l’autonomia sessuale e l’indipendenza psicologica dall’uomo. Si iniziò a parlare sempre di più della “crisi d’identità del maschio”, abbondantemente alimentata da un certo estremismo femminista che perseguiva il ribaltamento del ruolo maschio-femmina tradizionale. Nei rapporti di coppia sembrava proprio che l’uomo non sapesse più cosa fare. E’ chiaro che in questo contesto nasce e si comprende meglio l’ironia sottile e la temeraria provocazione di “Io Non So Più Cosa Fare”, che si dimostra allora essere anche una simpatica espressione di protesta. Da notare che Vasco prende in giro non solo il femminismo estremista, ma anche il machismo esagerato contro cui il femminismo lottava. E, ancora, l’indecisione, la paura e il sogno di virilità animale tipicamente maschili: Io non so più cosa fare / a questo punto mi dovrei svegliare / Forse dovrei saltarle addosso come fossi un’animale / E dovrei essere molto virile / e continuare magari per più di due ore! / Eeeh…  troppo! / Naturalmente lei insiste / mi vuole proprio fare / Magari è femminista / e non vuol certo farsi violentare / …ma vuole gestire…! / Allora come devo fare? / Dove la bacio, come la devo toccare / …eh?

“Fegato, Fegato Spappolato”: è il primo manifesto del “Blasco sballato”: Che bella giornata! / Non bado alla gente / che guarda sconvolta! / Ormai ci sono abituato / sono vaccinato / sono controllato! / si pensa ormai, addirittura, in giro: è chiaro / che sono drogato!

E’, però, soprattutto il quadro fedele di una condizione reale condivisa da varie generazioni di giovani di provincia: la noia quotidiana per l’ordinarietà della vita di paese e la voglia di trovare qualcosa, qualsiasi cosa in grado di dare una scossa adrenalinica a un’esistenza fin troppo tranquilla, anche se si tratta soltanto di una discoteca caotica o di una sbronza i cui sgradevoli postumi si faranno sentire la mattina dopo.

E’ Floriano Fini, storico amico e collaboratore di Vasco, il Fini che viene citato in questo pezzo: Fini si è alzato da poco / e non è ancora sveglio / Non è ancora sveglio! / Ed è talmente scazzato / che non riesce a parlare nemmeno!

Vasco fa anche un omaggio a uno dei gruppi da lui più amati e più trasmessi attraverso la sua Punto Radio, parliamo dei Sex Pistols, l’ormai celebre gruppo punk inglese. Così, al termine della canzone, Vasco accenna l’attacco musicale della provocatoria e antifascista “God Save The Queen” cantandone la prima strofa del testo: God save the Queen / the fascist regime / They made you a moron…

“Sballi Ravvicinati Del Terzo Tipo”:
 L’idea del titolo proviene dal film di Steven Spielberg “Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo”, uscito in Italia l’anno prima, nel 1978. Il testo di questa canzone, infatti, usa la metafora extraterrestre per far capire quanto l’attesa passiva e la speranza in un aiuto alieno, dall’alto, sia vana e colma di riprovevole rassegnazione. Il discorso così sviluppato, senza bisogno di chiamare in causa Dio (lo farà soltanto e senza mezzi termini in “Portatemi Dio”, nel 1983), ha un significato che è anche ideologico e politico, ma soprattutto è una velata critica ai principali dettami religiosi. L’istigazione a combattere l’immobilità iniziando ad agire da soli, senza aspettare l’aiuto o la salvezza da parte di nessun altro, sarà presente anche nell’album successivo, “Colpa D’Alfredo” (1980), nella canzone intitolata “Tropico Del Cancro”, che però userà una metafora diversa: quella del viaggio.
Erroneamente ritenuta una canzone “da sballato” da quei critici che per scrivere articoli si sono basati sempre sulla sola lettura dei titoli delle canzoni, senza ascoltarle. Raramente suonata negli spettacoli dal vivo, è da ricordare la sua versione completamente rivisitata inserita in scaletta nel primo concerto oceanico di Vasco (120.000 spettatori paganti) tenuto all’autodromo di Imola nel 1998 e registrata nel doppio album live “Rewind” del 1999.

“(Per quello che ho da fare) Faccio Il Militare”: questa canzone nasce dalla breve ma significativa esperienza militare che Vasco visse qualche mese prima, ma la cosa più importante è che, per circa vent’anni (1980-2000), questa canzone riuscì a confortare centinaia di migliaia di giovani soldati di leva, aiutandoli a sfuggire alla depressione tipica della vita militare: non esisteva caserma nella quale non la si ascoltasse, ovviamente sempre di nascosto dagli ufficiali.

Anche se “Albachiara” viene ancora oggi ricordata e vissuta come il primo grande successo di Vasco, fu invece proprio “(Per quello che ho da fare) Faccio Il Militare” a promuovere di più – sui tempi lunghi - l’ascolto dell’intero disco, grazie al passaparola che avveniva regolarmente, anno dopo anno, tra ogni militare di leva d’Italia. E questo poté accadere perché Vasco, pur avendo fatto il militare solo per pochissimo tempo, riuscì a cogliere perfettamente la sensazione di profondo disagio e di autentica frustrazione psicologica provocate dal servizio di leva obbligatorio, riuscendo inoltre a raccontarle con un divertito e divertente sarcasmo che induce a pensare e a sorridere, liberando dalla noia e mettendo allegria. .
Gli esilaranti effetti vocali sono di Massimo Riva.

“La Strega (La diva del sabato sera)”: scritta insieme all’amico Sergio Silvestri, è l’unica canzone di questo album non scritta e composta interamente da Vasco Rossi. Potente, seducente e trascinante sia per il testo che per il ritmo ballabile, risulta più dance che rock, evidentemente influenzata dagli ambienti che all’epoca Vasco era solito frequentare per lavoro, essendo un apprezzato disc-jokey. Dedicata ad una “superdonna” dell’epoca, offre anche una simpatica citazione della zia che lo ospitava nella casa di Bologna:

Entra al sabato sera / nella “sua” discoteca / con le amiche fidate / tutte molto affamate! / Poi, da vera regina / dà le dritte ad ognuna: / “Quello è il maschio più bello / …non toccatemi quello!” / Fuma marijuana / di nascosto, però / non dalla polizia / ma da Edwige, la zia! / …eh!

“Albachiara”: è la canzone più conosciuta e più amata dai fans di Vasco Rossi, da sempre, ma è la più famosa anche per chi Vasco Rossi non lo segue. E’ una canzone che ha fatto storia, e rimane oggettivamente una tra le pagine più belle dell’intera storia della canzone d’autore italiana. La musica è stata ispirata da un giro di chitarra del giovanissimo Massimo Riva, mentre il testo, evidentemente, da una giovanissima ragazza. E’ forse il quadro per eccellenza di figura femminile tra i tanti ritratti da Vasco con le sue canzoni, sia prima che dopo: da “Jenny E’ Pazza” (1977) a “Toffee” (1985), da “Gabri” (1993) a “Sally” (1996), e via elencando. Un crescendo continuo che parte da un’introduzione di pianoforte (ideata da Gaetano Curreri) per finire in un tripudio di chitarre elettriche (suonate da Maurizio Solieri). E’ la descrizione di una ragazzina alle prese con i primi problemi dell’adolescenza. E’ una canzone unica e straordinaria per la sensibilità descrittiva : …e quando guardi con quegli occhi grandi / forse un po’ troppo sinceri, sinceri… / si vede quello che pensi / …quello che sogni! / Qualche volta fai pensieri strani… / con una mano, con una mano ti sfiori… / Tu! / sola dentro la stanza / e tutto il mondo fuori!

Ricorda il testo di “Tu Che Dormivi Piano” (1978) dove la descrizione poetica che Vasco fa di un rapporto sessuale è: Le anime calde si fusero insieme / sospese in mezzo alla stanza / E mentre il soffitto sembrava cadere / stringevo in pugno la vita!

“Quindici anni fa”: forse è vero che non appena ci si innamora per la prima volta si pone bruscamente fine all’adolescenza. Di certo il primo innamoramento stravolge tutto quello che avevamo sempre pensato fino a quel momento. E’ uno sconvolgimento mentale e fisico che taglia nettamente la nostra vita in due: in un “prima di incontrare lei” e in un “dopo aver incontrato lei”. Cambia la percezione della vita, si allargano gli orizzonti del mondo, che diventa un cielo aperto in cui tuffarsi dentro. E’ per questo che si dice che “il primo amore non si scorda mai”. A Vasco accadde 15 anni prima di comporre questo pezzo, che parla di tutto questo e di altro, e lo fa certamente meglio (visto che riesce a raccontarne perfino la fine):

Quindici anni fa / credevo di essere arrivato già / a delle conclusioni / a delle spiegazioni / per tutto quello che facevo / per tutto quello che pensavo… / poi ho incontrato TE!

E tu cambiavi sempre / dicevi che maturare / significa cambiare / e che fermarsi, in fondo, è come morire / E lo volevi dire / e lo volevi urlare… / ed io urlavo con TE!

Comunicare è facile / facile come pensare: / quando ci si vuole capire / e ci si lascia andare / ad un certo punto si comincia a vibrare / finché si rimane intontiti ad ascoltare… / l’amore!

Dimenticare è facile: / basta non ricordare! / …anche se tu lo facevi male / Non ho capito cosa è successo / però così non si poteva più andare, no… / …Cielo Aperto…!

“Va Be’ (Se proprio te lo devo dire): un jazz quasi da cabaret, un brano imperdibile, ironicissimo e sperimentale, che resterà unico nel suo genere. Il testo, controcorrente come sempre, ne fa una sorta di “anti-canzone d’amore”: Va be’, se proprio te lo devo dire / non è che tu mi faccia poi impazzire! / Dio… / Ci resisto… / Se non ci sei… / non muoio! Non penso solo a te tutte le sere / e anche se non telefoni, riesco a dormire!

Dati Tecnici:
Data pubblicazione: 30 aprile 1979
Dischi: 1
Tracce: 8
Etichetta: Lotus
Durata: 34 min. e 59 sec.
Prodotto da: Mario Rapallo e Alan Taylor

Lineup:
Chitarre:
Maurizio Solieri, Massimo Riva
Batteria: Giovanni Pezzoli
Basso: Gianemilio Tassoni
Pianoforte e tastiere: Gaetano Curreri, Antonio Mancuso
Sax: Rudy Trevisi
Trombone: Sandro Comini
Cori: Auro Lugli, Massimo Riva
Arrangiamenti: Gaetano Curreri e Auro Lugli
Tecnico del suono: Maurizio Biancani
Registrato presso: Studio Fonoprint -  Bologna

Curiosità:
L’edizione originale dell’album: (oggi praticamente introvabile).
·      La copertina: insieme al titolo, scritto in alto, “Non Siamo Mica Gli Americani!”, mostrava una foto di Vasco all’epoca molto insolita, perché aveva i capelli molto corti proprio perché fu fatta nel periodo in cui fu chiamato a prestare il servizio militare.
Sullo sfondo del primo piano di Vasco, appariva una bandiera americana, anch’essa “insolita”, ironica perché ridisegnata con i colori della bandiera italiana.

·      I ringraziamenti: scritti personalmente da Vasco. Oltre quelli diretti a tutti i musicisti che hanno suonato nell’album, citandoli e descrivendoli simpaticamente uno per uno, nell’edizione originale del disco, si possono leggere anche i ringraziamenti rivolti a tutti i collaboratori esterni o addirittura casuali:

(..) Hanno inoltre collaborato alla realizzazione di questo album, con amore, gusto e fantasia, critiche positive e negative, elucubrazioni, masturbazioni e teorie sul concetto di Bemolle, Bequadro e Becille, slanci di gioia e idee da manicomio (sempre in ordine casuale): Sergio Silvestri, che ha scritto anche la musica di “La Strega” e che ne ha ideato, insieme a Solieri, l’arrangiamento; Arturo Arbizzi (soprannome di Auro Lugli, NdR) che ha stravolto con sensazioni, emozioni, entusiasmo e creatività quasi tutte le canzoni; Massimino Riva per il solito casino che fa e le sue continue puntualizzazioni sul fatto che “comunque Finardi è un’altra cosa”; Riccardo Bellei, che tra l’altro ha suggerito il bellissimo titolo dell’album; Floriano Fini per il risveglio mattutino di “Fegato, Fegato Spappolato”; e infine Leo Pretelli, in arte Persuader, che non è mai venuto a sentire niente, ma che ha detto che il disco ce l’aveva già a casa in anteprima di importazione! Si ringraziano infine gli Ambrosia per averci prestato l’inizio di “Quindici Anni Fa” e Alan Taylor, che ha bonariamente e pazientemente seguito tutto.

Le prime vere esibizioni di Vasco:
·      Passaggi televisivi: tra le trasmissioni televisive più importanti alle quali Vasco fu invitato nel 1979, ricordiamo quelle trasmesse dalla RAI: “10 Hertz” di Gianni Morandi, dove cantò “La Strega (La diva del sabato sera)”;  “L’altra domenica” di Renzo Arbore, dove cantò “(Per quello che ho da fare) Faccio il militare” e soprattutto la famosa “Discoring” (la vetrina domenicale di Rai Uno dedicata a nuovi dischi e alle classifiche discografiche) in cui presentò “Albachiara”.

·      Concerti dal vivo: l’impresario Bibi Ballandi iniziò a occuparsi di Vasco organizzandogli vari concerti e inserendolo nella manifestazione itinerante “Primo Concerto”, che riuniva diversi artisti italiani emergenti per una ventina di date nelle più famose discoteche nazionali.

Il mio primo concerto è nato come uno scherzo. Era il 1979. “Ti ho organizzato un concerto in Piazza Maggiore a Bologna con il gruppo che suona con Lucio Dalla”, mi disse Bibi Ballandi. Peccato che due giorni prima arrivò la notizia che il gruppo non c’era. A quel punto mettemmo insieme una band al volo, nella cantina di Bibi. Roba da incoscienti: davanti alla gente che c’era in quella piazza mica potevi suonare quello che ti pareva. Invece andò bene. E il secondo concerto fu ancora più da incoscienti. Lo organizzò sempre Bibi alla festa delle radio libere dell’Emilia. Non so che cosa si sentisse giù, ma noi sul palco avevamo le facce così convinte che andò benissimo. Il terzo concerto fu a Vicenza. Di fianco al palco c’era un bar con dei ragazzi seduti fuori. Non ci cacavano, finché ad un certo punto hanno iniziato a fare le freccette di carta e a tirarcele. La notte, mentre tornavo a casa, mi salì una rabbia enorme. Mi dissi “La prossima volta che qualcuno mi disturba o mi prende in giro, scendo e faccio a botte”. Da allora è cominciata la guerra. Ho preso anche gente per il collo. Però era tutto rock, nel senso che mentre mandavo via i facinorosi continuavo a cantare. Studiavo pure le scalette apposta affinché non avessero tempo di aprire bocca: niente canzoni lente. (“La Versione di Vasco”, Vasco Rossi, Edizioni Chiarelettere, 2011, pagg. 24 - 25)

La morte del padre: il padre di Vasco, Carlo Rossi, camionista indipendente, muore il 31 ottobre 1979, colpito da un infarto al volante, durante una manovra con il suo mezzo. Fu un dolore che Vasco riuscì a esprimere solo attraverso alcune sue successive canzoni come “Anima Fragile” (1980) e “Canzone” (1982), i cui testi poi “dirotterà” facendo in modo che sembrino dedicati ad una donna. Fu, però, anche una spinta motivazionale decisiva, come ricorda lui stesso: Mio padre era morto da soli quattro giorni. Avevo un concerto il sabato sera, ma non volevo andarci. Mi sentivo perso. Una merda. Con che coraggio potevo mettermi a fare rock in quel momento? Lo dissi a mia madre, e fu proprio lei a dirmi che non dovevo mollare: “Se questo è quello che davvero vuoi fare nella vita, devi farlo anche adesso. E lui sarebbe il primo ad esserne felice”. Così andai. Trovai il coraggio. E la forza di non piangere. Avevo detto a me stesso che, se avessi pianto, sarei diventato anch’io camionista come mio padre. (“La Versione di Vasco”, Vasco Rossi, Edizioni Chiarelettere, 2011, pag.22)

Vasco Rossi e il contesto storico: l’Italia del 1979 è allo sbando per il vuoto di governo seguito alle dimissioni di Andreotti, dovute al venir meno della maggioranza. Sono gli “anni di piombo”: dall’omicidio Aldo Moro (rapito il 16 marzo e assassinato il 9 maggio 1978) alle leggi che garantiscono più potere alla polizia e alla lotta contro il terrorismo, tra l’aumento progressivo dei sequestri, degli omicidi e degli scontri a fuoco tra Brigate Rosse, forze dell’ordine, associazioni mafiose e gruppi neofascisti. Il 27 agosto, in Sardegna, vengono rapiti dall’anonima sequestri ì Fabrizio de Andrè e Dori Ghezzi (saranno liberati soltanto tre mesi circa dopo).
Eppure, dal punto di vista creativo e culturale è un grande anno per la musica ma anche per il cinema e per la letteratura. Il 1978, infatti, è l’anno di uscita di alcuni tra i dischi più belli della storia, sia italiana che internazionale, come “L’Era del Cinghiale Bianco” di Battiato, “London Calling” dei Clash e l’intramontabile “The Wall” dei Pink Floyd; mentre al cinema esce il cult-movie “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola, e nelle librerie arriva l’indimenticabile “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino.

Vasco Rossi militare: Vasco fu chiamato alle armi, cioè fu costretto ad assolvere il servizio di leva obbligatorio (lo sarebbe stato fino al 2005) nel giugno 1978, appena un mese dopo l’uscita del suo primo album. La disciplina ferrea e l’ordine rigoroso pretesi dalle autorità militari si scontrarono inevitabilmente con l’indole libertina insopprimibile e tendenzialmente anarchica di Vasco, che già da studente era riuscito a scappare più volte dal collegio dei rigidissimi Salesiani. Alla fine furono le autorità ad arrendersi: Vasco fu riformato per “inadattabilità al servizio militare”, e poté così tornare alla sua carriera di cantautore rock.